Da Genova 2024 a Gangwon 2024: i giochi olimpici invernali giovanili vissuti dall’interno

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Una inviata speciale. Una genovese doc, cittadina del mondo. Claudia Gasparino studia in Scozia, a Stirling, farà un master a Londra e “morde” ogni occasione in cui  poter assaggiare lo sport e il mestiere di chi lo racconta. E’ stata volontaria per il Grand Finale di The Ocean Race, così come ai Mondiali di Pallavolo in Italia e recentemente ha partecipato alle Olimpiadi giovanili invernali in Corea, selezionata nell’ambito del prestigioso programma “Young Reporters” del Comitato Olimpico Internazionale.

Ha portato a Gangwon la bandiera di Genova 2024 Capitale Europea dello Sport e la sua grande passione per lo sport. E’ ritornata con uno straordinario bagaglio di esperienze che oggi racconta con Stelle nello Sport. Un esempio per chi ha un sogno e vuole inseguirlo. Forza Claudia, la strada è lunga e ricca di sfide appassionanti come quella che ci racconti qui.

La mia Corea

di Claudia Gasparino

A 22 anni può sembrare un sogno trovarsi dall’altra parte del mondo a lavorare ai Giochi Olimpici invernali giovanili. Io posso dire di averlo vissuto quel sogno, partecipando ai giochi di Gangwon 2024 grazie il programma Young Reporters organizzato dal Comitato Olimpico Internazionale.

Mi chiamo Claudia, vengo da Genova e sono una studentessa dell’ultimo anno di Giornalismo, Film e Media all’università di Stirling, in Scozia. Mi sono trasferita nel Regno Unito a 18 anni per studiare, ed è proprio lì che ho capito che avrei voluto trasformare il mio interesse per lo sport in una carriera. Poi un anno fa, per puro caso, scorrendo su Instagram mi è capitato davanti un post che pubblicizzava il programma Young Reporters. Si tratta di un programma di formazione per giovani aspiranti giornalisti in occasione delle Olimpiadi giovanili, e nel 2024 sarebbe stato a Gangwon, in Corea del Sud. Quattordici ragazzi e ragazze provenienti dai paesi che avrebbero ospitato le prossime Olimpiadi (Corea, Francia, Italia e Senegal) sarebbero stati scelti per partecipare al programma, che comprendeva lezioni teoriche e lavoro sul campo nell’ambito della fotografia, della scrittura e della produzione audio-visiva.

Con l’aiuto dei miei insegnanti ho mandato subito la domanda. Non mi aspettavo che scegliessero me, tra i candidati finalisti ero la più piccola e l’unica senza ancora una laurea. La struttura del programma, però, era molto simile a quella della mia università, e proprio per questo possedevo già delle conoscenze pratiche nel settore. Alla fine, a distanza di quasi un anno mi sono ritrovata sul mio primo volo intercontinentale diretto a Seoul.

Descrivere quest’esperienza a parole è difficile, le emozioni che mi ha fatto provare sono talmente forti che qualunque descrizione sarebbe riduttiva. La cerimonia di apertura, la sfilata delle varie nazioni e l’accensione della fiamma olimpica sono momenti che ho sempre visto in televisione, ma assistere a tutto questo dal vivo fa tutto un altro effetto.

Le Olimpiadi hanno sempre un qualcosa di magico, e quelle giovanili non sono da meno. All’Arena del Ghiaccio di Gangneung ho sperimentato per la prima volta questa magia, durante la prima gara di short track. C’era una ragazzina coreana che partecipava, e al suo ingresso sulla pista il pubblico è esploso in un boato. Mi sono emozionata a vedere tutte quelle persone urlare e applaudire, e più di una volta ho pensato di essere stata proprio fortunata ad assistere a un evento del genere.

Grazie a permessi speciali avevamo accesso non solo alle strutture di gara e alla zona mista per le interviste, ma anche al villaggio olimpico. L’atmosfera lì era speciale. Ragazzi provenienti da tutto il mondo si incontravano e si scambiavano spille colorate, come vuole la tradizione olimpica, promuovendo amicizia e solidarietà.

Non essendo stata a conoscenza di questa tradizione non mi ero preparata, ma grazie a un paio di conoscenze e alla gentilezza degli atleti sono riuscita anche io a collezionare un buon numero di spille. Oltre alle emozioni dei giochi, però, c’era anche il lavoro a cui pensare.

In quanto giovani giornalisti, il nostro compito era quello di produrre contenuti che sarebbero poi stati condivisi su diverse piattaforme online. Durante le lezioni introduttive i nostri mentori ci hanno spiegato le tecniche da usare per la fotografia, la scrittura, le interviste e il montaggio, tutto in lingua inglese. La parte che mi ha interessata di più è stata la fotografia, era l’unica che non avevo fatto all’università e mi è piaciuto molto fare fotografie agli atleti durante le gare. Sono anche riuscita a mandare alcune delle mie foto ai ragazzi della nazionale italiana, e mi ha fatto molto piacere vedere che sono state apprezzate e postate sui loro social media.

Grazie a incontri speciali ho anche avuto modo di conoscere e parlare con persone importanti nel settore, come il direttore di Olympic Broadcasting Services Yiannis Exarchos, la vicepresidente del Comitato Olimpico Nicole Hoevertsz e il presidente del Comitato Olimpico Thomas Bach.

L’ultimo giorno, lasciato libero da impegni lavorativi, sono riuscita a prendere un treno all’alba e andare a visitare Seoul. La capitale coreana con il suo contrasto tra grattacieli moderni e architetture antiche e tradizionali mi ha affascinata molto, e mi sarebbe dispiaciuto non riuscire ad andarci. Abbiamo passato circa otto ore là, perché poi bisognava rientrare per la cerimonia di chiusura.

Al momento della partenza non riuscivo a smettere di piangere. Questa esperienza è stata davvero speciale, non solo per il grande impatto che avrà sul mio percorso universitario e lavorativo, ma soprattutto perché mi ha dato la possibilità di andare alle Olimpiadi, vedere tanti giovani atleti gareggiare e conoscere mentori e amici che occuperanno per sempre un posto speciale nel mio cuore.

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