Da Parigi 1900 a Parigi 2024: il lungo percorso delle Azzurre alle Olimpiadi

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Fonte: ConiSocial, Social La Stampa

La prima partecipazione ufficiale dell’Italia alla versione Moderna dei Giochi Olimpici coincide con la prima di tre edizioni che avranno luogo a Parigi, contando quelle della prossima estate, la città natale del barone de Coubertin. Un secolo andava allora ad aprirsi al mondo, e si sarebbe rivelato il più complesso nella storia dell’umanità intera, nel suo tentativo di fronteggiare adeguatamente la modernità in cui si stava inoltrando, nella marcia verso il progresso. Molti tragici e forse inevitabili errori sarebbero stati commessi, da cui si auspica che siano state tratte le dovute lezioni; ma anche molti gloriosi passi verso il futuro sono stati compiuti, ad esempio almeno uno verso l’unica Luna reale del pianeta dall’americano Neil Armstrong, e altri verso una metaforica che splendesse su un mondo senza diseguaglianze, senza frontiere ne confini così come lo vedeva dallo spazio il sovietico Yuri Gagarin. Così questo secolo che oggi appare superato si volgeva pure a rimediare a storture di matrice  plurimillenaria. De Coubertin anelava a far rivivere lo Spirito Olimpico in chiave per l’appunto moderna, fissandolo nel motto Citius, Altius, Fortius”, ovvero in latino a “più veloce, più in alto, più forte”. Qualcuno potrebbe semplificarlo in un banale “Meglio!”. E migliori le rese quasi sin da subito, comprendendo chi non dovrebbe essere escluso o ridimensionato mai, le donne.

I Giochi Olimpici Antichi come tutto il mondo ellenico-romano non prevedeva la partecipazione delle donne. Secondo il mito, Eracle aveva introdotto l’obbligo di gareggiare nudi proprio per evitare che delle femmine potessero parteciparvi camuffate, così come aveva fatto la madre di un atleta nella prima edizione, storicamente collocata nel 776 AC.  Addirittura non era permesso loro nemmeno di assistervi, a meno che non fossero state delle bambine o delle ragazzine accompagnate dai padri. Rappresentavano un’eccezione le gare dei carri: veniva considerato partecipante ed eventuale vincitore chi le organizzava e allenava i cavalli; non l’auriga. Questo permise alla principessa Cinisca di Sparta di diventare la prima donna a vincere i Giochi Olimpici, nella corsa a quattro cavalli, nel 396 e nel 392 AC, ricevendo i riconoscimenti e gli onori civili, sia nella sua città che a Olimpia, normalmente riservate agli eroi. Il suo esempio venne seguito da altre nobili del periodo ellenistico, come la sua concittadina Eurileonide, e le regine d’Egitto Berenice, sua figlia Arsinoe, e la nobile Bilistiche. Già dai tempi più remoti si po’ quindi avere una dimostrazione di come lo Sport abbia aiutato le donne ad affermarsi e di conseguenza a emanciparsi. Il vero salto più in alto, in termini etici, che portò a un vero, reale progresso sempre più veloce, si ebbe proprio alle Olimpiadi del 1900, con De Coubertin si dimostrò più forte delle sue medesime convinzioni, che ancora lo portavano a considerare la donna inferiore all’uomo e inadatta alla pratica sportiva. Eppure non si oppose alla scelta del Comitato di ammetterle.

La prima atleta sia a partecipare che ad essere medagliata, anche prima di Cinisca che aveva ricevuto delle Corone d’alloro, fu così la Contessa svizzero-statunitense Hélène de Pourtalès, nata a New York e divenuta elvetica per matrimonio con l’altolocato Hermann Alexander. Coi colori biancorossi vinsero come equipaggio un oro e un argento nella Vela sulla barca Lèrina.

Hélène de Pourtalès

La Storia delle Atlete Italiane alle Olimpiadi

L’Italia cerca di partecipare alla magnifica avventura a Cinque Cerchi già dai primordi del 1896: per una fortunata coincidenza, la Gazzetta dello Sport appare tre giorni prima della nascita delle prime edizioni moderne, arrivando a commentarne la cerimonia d’apertura in uno dei suoi primissimi numeri. Non c’è però un comitato del Belpaese, vi si iscrivono alcuni atleti tricolori ma non riescono a parteciparvi, compreso lo sfortunato maratoneta Carlo Airoldi, che arriva ad Atene da Milano a piedi ma viene rifiutato perché sospettato di professionismo.  È invece oggetto di dibattito l’effettiva partecipazione del ciclista grossetano Angelo Porciatti.

Il 1900 però è l’anno in cui l’Italia comincia a partecipare alle Olimpiadi a tutti gli effetti, e quindi anche con le donne, anche se ci vorrà più di un secolo perché venga riconosciuta la presenza di Elvira Guerra, partecipante ai Giochi appena 10 giorni dopo de Pourtalès. Tutto è piuttosto pioneristico, come lo stesso concetto di Sport, e il suo nome emerge grazie al certosino lavoro del gruppo fondato dallo storico Bill Mallon OlyMADmen, ovvero “matti per lo Sport Olimpico”, che, come riportato da un articolo proprio della Gazzetta dello Sport nell’allora 2008 di Elio Trifari, si riproponeva di riportare con accuratezza le biografie e i risultati degli allora 120 mila atleti  partecipanti ai Giochi. Secondo tali studi, Elvira è la prima è ad averlo fatto partecipato a livello individuale e non era francese, come si è creduto a lungo, ma italiana.

Elvira Guerra

Era infatti nipote di uno dei fondatori del circo moderno, Alessandro Guerra detto il furioso, che dopo aver aperto circhi in Italia, Spagna e Germania andò a Mosca a fondare, profeticamente, il Cirque Olympique nel 1845. Si trasferì poi a San Pietroburgo, assieme alla sua Clelia, costumista, per fondare un’altra compagnia. Lì da suo figlio, Rodolfo, nacque nel 1855 Elvira, sei anni prima che l’Italia si costituisse in un regno unito. Divenne una delle più famose ballerine a cavallo. Si esibiva a Parigi, ove partecipò ai Giochi, nella gara di cattura e monta del cavallo, una categoria che non viene considerata ufficiale dal CIO, e vinta dal bisnipote di Napoleone e del Re di Napoli, Louis Napoléon Murat, un altro rampollo ma di diversa genia che aveva la cavalleria nel sangue! Con Guerra abbiamo quindi un primissimo esempio di competizioni miste.

Le particolarità delle movimentate vicende di Elvira permettono quindi a Rosetta Gagliardi di restare la prima atleta ufficiale italiana con tutti i crismi ad aver partecipato ai Giochi, ad Anversa, nel 1920. Nata a Milano nel 1895, praticò sport fin da piccola, distinguendosi nel pattinaggio a rotelle già dal 1906, quando aveva 11 anni e vincendo sei titoli italiani tra 1912 e 1922. In seguito praticò anche nuoto, scherma e pattinaggio artistico. I risultati migliori li ottenne però col Tennis: diventò campionessa italiana nel singolare nel 1919 e nel 1920, quindi partì per il Belgio, gareggiando nel Singolo e nel doppio Misto.

In Italia vinse sia in singolo che in doppio a più riprese sino alla seconda edizione di Parigi, nel 1924, dove gareggiò nel doppio con la concittadina Giulia Perelli.  Assieme ad altre due tenniste, Paola Bologna, e Maria Forlanini, che tuttavia non gareggiò, l’Italia aveva finalmente una vera e propria squadra femminile: 4 donne su 200 atleti della spedizione! Il 2%! È notizia di ieri invece, ripresa anche da un’infografica de La Stampa, che a Parigi 2024 per la prima volta nella storia a Cinque Cerchi ci sarà la stessa percentuale di atleti e atlete in gara. Le femmine nell’edizione di cui ricorre il centenario erano il 4,4% del totale. Un lungo percorso di cui, al di qua e al di la delle Alpi, oltre la Trinacria e l’Adriatico, entro e oltre la Sardegna e il Brennero, sono stati descritti solo i primi passi irti di difficoltà, che però hanno spianato la strada a tutte le compagne. Perché la vittoria di una donna, è per tutte, e per tutti.

Le prime medagliate Azzurre? All’edizione successiva, Amsterdam 1928, Le Piccole Ginnaste di Pavia, come erano soprannominate, provenendo tutte da quella città eccetto la milanese Ines Vercesi, che conquistò l’Argento nel Concorso generale a squadre di Ginnastica con Bianca Ambrosetti, Lavinia Gianoni, Luigina Giavotti, Virginia Giorgi, Germana Malabarba, Clara Marangoni, Luigina Perversi, Diana Pizzavini, Anna Tanzini, Carolina Tronconi, Ines Vercesi.

Il primo oro? Trebisonda Valla, detta Ondina. Un’altra storia esemplare ed entusiasmante di tenacia e passione. Ostacolista e velocista, bolognese, già ai campionati studenteschi cittadini finì per rivaleggiare con l’amica, compagna di scuola e storica avversaria Claudia Testoni, con cui finirono per disputarsi i gradini del podio in un finale al fotofinish degli 80 metri ad ostacoli.  A 16 anni venne convocata per Los Angeles 1932, ma fu infine esclusa su pressione del Vaticano che giudicava sconveniente che una ragazza, per i tempi giovanissima, affrontasse, unica donna in una spedizione totalmente maschile, il viaggio transoceanico. Ciò purtroppo trasmette perfettamente l’idea di quali fossero i reali ostacoli che doveva superare per inseguire i propri sogni. Eppure divenne presto una delle beniamine del pubblico. Il governo fascista la elesse ad esempio della sana e robusta gioventù nazionale.

Claudia Testoni e Ondina Valla

La stampa le accordò il soprannome di “Il sole in un sorriso”. Conquistò quindi l’oro a Berlino 36 nella sovra menzionata gara ad ostacoli, con ben quattro atlete a tagliare quasi assieme al traguardo. La medaglia di legno toccò a Testoni. L’oro olimpico le diede immensa popolarità nell’Italia fascista, divenendo un simbolo per le ragazze. Il regime arrivò a rivedere i suoi preconcetti sulle donne che praticavano lo Sport. Con quella vittoria la Valla divenne, all’età di 20 anni e 78 giorni, la più giovane atleta italiana a vincere un oro olimpico, record rimasto imbattuto fino al 2004, quando venne superato dalla pallanuotista Elena Gigli. Nel 1937 stabilì con la misura di 1,56 m il primato nazionale nel salto in alto, che mantenne fino al 1955, quando fu superato per un centimetro da Paola Paternoster.

La Storia delle Atlete Liguri alle Olimpiadi

Uno sguardo a 360° sui primi passi dello Sport rosa in assoluto e poi inquadrato nel tricolore che può valere uno sguardo sulla Liguria: la prima partecipante?  Non Olimpica, ma donna sportiva, sempre a Berlino 1936, la Marchesa Carina Massona Negrone, di Bogliasco, coi colori dell’Aeroclub Genova, nella squadra del Volo Acrobatico, lei che è stata una grande aviatrice, sino agli anni 50’ arrivando a prendersi nel 1935 il record di volo in altitudine, ancora imbattuto per quanto riguarda i velivoli ad elica. Era però appassionatissima di altri sport più convenzionali, come il nuoto, lo sci, il tennis.

Nel 1948 a Londra fu invece Giudice di Ginnastica Teresa Coppa Molteni, e allenatrice della medesima disciplina, originaria di La Spezia, residente a Genova e tesserata con l’Unione Sportiva Sestri Ponente, Rita Fabbri, e della “sua” atleta, Luisa Lilia Torriani, di Cornigliano, membro dell’All Around. Quella però fu l’edizione della prima atleta Ligure medagliata, sebbene nata a Bologna, ma residente a Zêna già allora da anni, tesserata con la Palazzo Superba Genova, Velleda Cesari, schermitrice specializzata nel fioretto. Il podio arriverà a Roma nel 1960, a 40 anni e alla quarta rassegna, fortemente inseguito, un bronzo, nelle squadre, le uniche medaglie femminili nell’edizione di casa, quella in cui l’Italia arriverà terza nel medagliere, dietro Usa e Unione Sovietica. Con lei sul podio Antonella Ragno-Lonzi, Irene Camber, Bruna Colombetti-Peroncini, Claudia Pasini.

Velleda Cesari, seconda da destra, con le compagni con cui conquistò il bronzo di squadra a Roma 1960

Mai più così in alto sino ad allora. Il primo oro legato alla Liguria riguarda invece Alessandra Sensini, nel 2000, nel windsurf, attuale vicepresidente del Coni, e tesserata per 8 anni con lo Yacht Club Italiano, il più antico club velico al Mondo, con sede al Porticciolo Duca degli Abruzzi di Genova. Vera e propria leggenda, per lei era il secondo di quattro podi.

Limitatamente alla Liguria, solo rappresentanti femminili, le sorelle Maria Grazia e Carla Marchelli alle Olimpiadi del 1952, 1956 a Cortina d’Ampezzo, per loro decisamente in casa, e del 1960, in seguito Maria anche giornalista che trattava la loro disciplina, lo Sci. Avevano cominciato a scendere con le racchette proprio a Cortina da bambine durante la seconda guerra mondiale, ove le aveva condotte per rifugiarsi il padre subito dopo il primo bombardamento di Genova, nel 1940. “Proiettate dal destino nel regno della neve e dello sci”, come ha volute ricordarle commosso il loro collega di pista Rolly Marchi, che ha dedicato a Maria Grazia queste righe: “Vidi Maria Grazia per la prima volta in una gara vera nel 1948, in occasione della «Direttissima» della Marmolada. Bastò il suo coraggio per diffondere stupore in tutto il mondo dell’agonismo bianco. Si rivelò campionessa a neanche 18 anni, nel gennaio 1950, vincendo alla grande la discesa nel Concorso di Grindelwald, in Svizzera, il più famoso raduno agonistico per molti anni prima della nascita della coppa del mondo. Nello stesso anno conquistò anche il titolo di campionessa d’Italia”.

Maria Grazia Marchelli

È stato un lungo viaggio, da Parigi a Parigi un piccolo saltino, poi in cento anni un’equità che avrebbe dovuto essere garantita sin dagli inizi. Da Atene? Da molto prima del 1896. Il mondo per troppo tempo è stato antico. Ma se è davvero progredito, è perché tutte queste donne, sportive, alcune azzurre, alcuni liguri hanno contribuito a modernizzarlo. Citius, Altius, Fortius.

https://www.stellenellosport.com/2022/12/10/piu-rosa-che-azzurro-lo-sport-tricolore-brinda-a-un-grande-2022/

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