Lo Sport contro la Violenza di genere. L’ispirazione arriva da atlete di successo

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Tra i motivi che hanno portato alla scelta del 25 novembre come Giornata Nazionale contro la Violenze sulle donne c’è anche il primo femminicidio della storia rivendicato come tale, il Massacro di Montrèal avvenuto il 6 dicembre del 1989, quando uno studente maschio del Politecnico della città canadese sparò a 28 donne, uccidendone 14, prima di suicidarsi. Nella propria lettera d’addio, menzionava esplicitamente lo Sport come un diritto che alle donne avrebbe dovuto essere negato. Come la prima cosa in cui avrebbe voluto limitarle, in cui non avrebbe voluto vederle mettersi in mostra:

“Dato che, scienza a parte, sono un retrogrado per natura, le femministe hanno sempre avuto un talento speciale nel farmi infuriare. Pretendono di mantenere i vantaggi che derivano dall’essere donne (come assicurazioni più economiche, o il diritto a una lunga maternità preceduta da una lunga aspettativa) mentre cercano di arraffare anche quelli degli uomini. Per esempio, è un’ovvia verità che se si eliminasse la distinzione maschile/femminile alle Olimpiadi, non ci sarebbero più donne, salvo che negli eventi decorativi”.

Parla dello Sport come un diritto dei maschi, quando invece lo è di tutte e di tutti. Lo Sport è un termine semplice, breve, inglese. Che si traduce in una valenza internazionale, che supera le differenze biologiche di qualsiasi tipo. E può essere lungo come una maratona, qualche decina di vasche, i mesi o gli anni che ci vogliono per preparare una competizione. O anche breve come il minuto in più di corsa che si fa per provare a superare il limite del precedente allenamento. E così l’esempio delle atlete, delle campionesse che lo sono prima nella vita e poi su campi, piste, e specchi acquei, nei palazzetti e negli stadi. Vale per tutti e tutte: loro spingono un po’ più là i record e i vanti di tutta l’umanità, e ciascuno può sentirsi ispirato a fare altrettanto. Senza avere il loro talento, una caratteristica che non ha genere, solo classe; ma magari avendo una passione comune. Le loro vittorie sono di tutti, perché al mondo siamo un’unica grande squadra, donne e uomini, maschi e femmine, anche se pur troppo spesso nella Storia sono stati quelli con il cromosoma Y a prendersene tutto il merito, e magari, non potendo sgravare figli, a pensar bene di farlo con le colpe.

Il pomo d’Adamo dovrebbe essere il vero Peccato Originale: un groppo in gola per tutte le volte che, con Eva, Pandora, Elena di Sparta sono state create delle pretestuose bubbole di livello mitologico per addossare alle madri, figlie e compagne la maglia nera della Vergogna, dell’omertà, quando, proprio come si fa in una squadra, tutto dovrebbe essere condiviso, e al limite dovrebbe essere il più forte a tutelare la persona meno debole, per poi andare a trionfare supportandosi a vicenda. Un traguardo che la più stringente attualità conferma essere ancora lontano dall’essere pienamente raggiunto. Per fortuna esistono delle Stelle, delle Campionesse, delle atlete a mostrare la via col loro esempio.

Un termine, “Campione”, che vale quasi quanto quello di “martire”, dall’Antico Greco μάρτυς – testimone: perché una Campionessa, per quanto Super, può essere qualsiasi donna, e quelle 14 donne di Montrèal avrebbero potuto essere chiunque e diventare chiunque. 12 iscritte alle Facoltà di Ingegneria, una a Infermeria e una membra della Segreteria Amministrativa. È stato un femminicidio di massa, quattordici martirii: Geneviève Bergeron, Hélène Colgan, Nathalie Croteau, Barbara Daigneault, Anne-Marie Edward, Maud Haviernick, Barbara Klucznik-Widajewicz, Maryse Leclair, Anne-Marie Lemay, Sonia Pelletier, Michèle Richard, Annie St-Arneault, Annie Turcotte, Maryse Laganière.

Placca in memoria del Femminicido Massacro del Politecnico di Montreal, la più giovane delle vittime aveva 20 anni, la meno giovane 29 -Fonte fonto: Wikipedia-

Loro sono state costrette a essere testimoni. “Colpevoli” di essere donne innocenti, nel momento e nel posto sbagliato. Vogliamo allora celebrare dall’altra faccia della medaglia, quelle che l’assassino di Montrèal si è rifiutato di riconoscere, le Stelle che sono meritevoli di essere testimoni.

Linda Cerruti, Paola Fraschini, Viviana Bottaro, Martina Carraro, Asia e Alice d’Amato

Linda Cerruti, una Stella contro gli odiatori

Nella Giornata dedicata alla lotta alla Violenza contro le Donne non si può non menzionare quella vigliacca e verbale rivolta alla Signora delle Medaglie, Linda Cerruti, campionessa di Nuoto Sincronizzato della Rari Nantes Savona e della Nazionale, orgoglio dell’Italia e della Liguria, da un pugno di haters sessisti, retrogradi e bigotti; e della risposta nobile e fiera di Linda. Attaccata per aver voluto condividere con tutti l’orgoglio e la gioia per i propri successi: una foto in spiaggia in una tipica e plastica posa del Nuoto Artistico, con tutte le medaglie conquistate agli Europei di Roma 2022 appese alle gambe. Una coreografia magnifica berciata dagli ululati di chi vi ci ha visto solo un paio di cosce.

Se il peso delle medaglie in quella foto é leggerissimo  per le sue gambe, sulle spalle si sente tutto assieme a quello delle 6 Mondiali, dell’oro in Coppa del Mondo, e delle due finali Olimpiche. Rese sufficientemente larghe da non farsi spaventare e di non aver paura di denunciare, in un successivo post:

“Dopo più di 20 anni di allenamenti e sacrifici, trovo a dir poco VERGOGNOSO e mi fa davvero male al cuore leggere quest’orda di persone fare battute che sessualizzano il mio corpo. Un sedere e due gambe sono davvero quello che resta, l’argomento principale di cui parlare? Il minimo, nonché l’unica cosa che posso fare, è denunciare l’inopportunità di quei commenti, specchio di una società ancora troppo maschilista e molto diversa rispetto a quella in cui un domani vorrei far nascere e crescere i mie figli”.

A gennaio di quest’anno dodici uomini sono stati individuati e denunciati l’accusa di diffamazione a mezzo internet per i post sessisti. Ha commentato: “È una buona notizia. Dopo quasi sei mesi si è conclusa la denuncia con la polizia postale che feci ad agosto. Sono contenta. È giusto lanciare il messaggio che anche queste sono cose denunciabili e che non devono passare inosservate”

Paola Fraschini, un Leone per il coraggio, una farfalla per volare

C’é chi invece per merito e per destino segna la via, a tutte e tutti, ma più in particolare a tutte le generazioni future di ragazze perché è la prima a raggiungere una vetta. L’ha raccontato una volta di più nel suo Docufilm appena uscito, Paola Fraschini, dentro ognuno di noi c’è un talento che attende solo il momento in cui gli diamo la possibilità di realizzarsi in tutto il suo potenziale. Il suo era quello di diventare la prima vincitrice di un Mondiale di Pattinaggio a Rotelle categoria Solo, lo sapeva ma aveva paura di farcela, di dirsi che era il suo sogno, non nel comodino dove anche se nascosto è facile da raggiungere, ma al termine di un lungo e acrobatico giro di pista, con tanti inaspettati saliscendi. Un infortunio grave al ginocchio prima della prima rassegna iridata, a cui pochi mesi riteneva di non poter nemmeno qualificarsi, e a cui invece è approdata da Campionessa Italiana. Invece con un grande lavoro non solo sul proprio fisico e sulla propria performance dal punto di vista tecnica, ma su sé stessa, ha sormontato le paure, ha ruggito come una leonessa e ha cominciato il suo regno di festa e gioia, prima di allontanarsene volando come una farfalla.

Esce il docufilm “Il Leone e la Farfalla”. Paola Fraschini: “Sport maestro di vita”

I suoi sette Mondiali consecutivi, sei nel Solo Dance, hanno definito una via maestra che ogni ragazza appassionata di Pattini a Rotelle in futuro potrà calcare prima di trovare anche la propria strada. In quella di Paola c’era molto altro ancora. L’artista oltre l’atleta.

Il Cirque du Soleil le ha proposto di diventare una stella del loro Show di fama e prestigio globali, e la bambola del suo personaggio con la sua effigie per i bambini che venivano rapiti dall’incantesimo della Danza sui Pattini è diventata anche il simbolo di un sogno che passava da una grande desiderio di realizzazione alle loro mani.

Asia e Alice d’Amato, la forza della Sorellanza

Niente può rappresentare meglio la forza della solidità che può intercorrere tra le donne della splendida amicizia tra le gemelle Asia e Alice d’Amato, due ginnaste cresciute assieme nell’Andrea Doria di Genova e che non hanno mai smesso di darsi vicendevolmente coraggio e ispirazione l’un l’altra per superare le prove, talvolta immense e dolorose, che lo Sport richiede.

Le stelle Asia e Alice D’Amato illuminano il Festival Orientamenti

Gli infortuni, i piazzamenti Olimpici e Mondiali ai piedi del podio per uno scarto di punteggio minuscolo, i sacrifici…

Ci sono tante immagini spettacolari dei loro volteggi, esercizi, prestazioni che sembrano sfidare la legge di gravità e invece evidenziano sin dove possa spingersi all’interno dei loro limiti.

Un bronzo di squadra assieme ai Mondiali del 2019, e di iridato per Asia anche un argento a Kitakyushu nel 2021 e un altro in Coppa del Mondo quest’anno al Cairo, tutto nel Volteggio, dove Asia ha trovato un Oro nelle Parallele, il suo secondo, e un Argento nel Corpo Libero, che si vanno ad aggiungere alle quattordici medaglie Europee tra tutte e due, e la partecipazione a cinque Cerchi di Tokyo. Quella che però rimarrà più impressa è lo sfortunatissimo infortunio al crociato di Asia, e le parole che Alice le ha dedicato per spronarla a rimettersi in piedi per continuare l’una affianco all’altra il loro sogno comune, subito dopo aver vinto lei l’argento alle Parallale agli Europei: ““Deve tenere duro e non mollare, è tutta la mia vita”

Martina Carraro e Viviana Bottaro, inseguire il Sogno Olimpico

Ci sono poi quelle che non hanno mai smesso di spingersi un po’ più in là e a cui il Mondo non è bastato, perché le Olimpiadi sono qualcosa di più. E anche se arrivare a parteciparvi è quel qualcosa…lasciare un sogno per averlo realizzato è un qualcosa di meno rispetto a fare di tutto per raddoppiarlo. Martina Carraro della Genova Nuoto con la sua Rana ha spinto sempre per arrivare sino in fondo. La medaglia Mondiale era arrivata, ai Mondiali di Gwangju nel 2019, i podi Europei pure, e anche la partecipazione a Cinque Cerchi a Rio. Ma ha spinto ancora per cercare di essere protoagonista pure a Tokyo, qualificandosi alla finale.

Martina Carraro e Viviana Bottaro: “Felici di portare a Tokyo la bandiera della nostra Genova”

Una rincorsa ancora più difficile quella di Viviana Bottaro, che le Olimpiadi non le aveva mai potuto disputare perché il Karate non faceva parte del programma. Poi ci si sono messi il Covid e un infortunio a cercare di tirarla fuori dal Tatami Olimpico, per giunta nella terra dove il fuoco della sua passione è sorto sotto l’ombra del Sol Levante. 6 mesi di clinica e due operazioni, la riabilitazione…in Giappone ci è arrivata per miracolo lei che è un prodigio di determinazione e grinta, riallineati con la serena forza dei movimenti del suo Kata. Sette bronzi e un argento Mondiali, solo la padrona di casa Kiyou Shimizu da quel lato della tabellone ha saputo mettere il sigillo dello Shogun e chiudere l’accesso alla Finale per l’Oro. Poi però Viviana ha messo il suo di sigillo, sul bronzo, contro la statunitense di origini nipponiche Sakura Kokumai. E si è fatta Storia. Che sarà lei stessa a tramandare: come allenatrice delle Fiamme Oro.

Federico Burlando

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