Mauro Pelaschier e The Ocean Race. “Genova merita il Grand Final per la sua tradizione“

0

Canonicamente si dovrebbe cominciare dall’inizio, ma si possono intrecciare le trame come le sartie e cominciare da una fine, e da un traguardo.

Oppure ammettere che è tutto un lungo viaggio attorno al mondo, e non esistono partenze e arrivi, ma solo tappe sulla rotta della vita, in cui non si conta quante volte sei arrivato prima degli altri, ma gli orizzonti scrutati, le tempeste superate, le persone incontrate. Mauro Pelaschier è alla partenza di un arrivo, la presentazione a Genova al Coni per il traguardo finale all’ombra della Lanterna tra giugno e luglio di The Ocean Race, nell’edizione dei 50 anni.

Mauro Pelaschier tra marinai che vanno per il mondo e altri che tornano non è in mare, il luogo in cui forse dovrebbe essere sempre, ma in questo momento a Genova, che tra l’altro è un altro modo di dire “mare”, è un altro luogo dove dovrebbe essere. Perché lui è la Storia della Vela Italiana ed è giusto che la Storia che è stata sia lì dove la Storia sta per essere fatta, come in un ideale passaggio di testimone.

Mauro Pelaschier, che nel 2019 ha girato la boa, per utilizzare le sue stesse parole, dei suoi “primi 70 anni” è la Storia della Vela tricolore in carne e ossa e acqua salata, dal momento che gli umani sono composti per il 60% di H2O ma con lui è inevitabile aggiungere quantità oceaniche di cloruro di sodio; e in carne, ossa e DNA Doc, considerando che sia il padre Adelchi che il prozio Annibale hanno partecipato alle Olimpiadi tra gli anni 50’ e 60’, hanno vinto Campionati Italiani, un Mondiale Classe Dragoni, diverse regate internazionali e un paio di medaglie Europee.

Lui si è messo in scia, ricalcandone il percorso seguendo tuttavia la sua strada, e finendo poi per aprire nuove vie. Su cui poi altri hanno percorso nuove rotte: perché come un grande esploratore dei tempi che furono, ha dimostrato che si poteva fare. E lui ha dimostrato, da Timoniere dell’Azzurra, la prima barca italiana a partecipare ai Round di Coppa America, che…sì, si poteva fare: l’Italia poteva veleggiare in Coppa America, e pure senza perdersi in un bicchierone d’acqua contro gli avversari più forti.

Se si guarda il suo palmarès è tutta una successione all’inizio di Campionati Italiani a partire dal 1964, tutti gli Juniores, come si conviene a un quindicenne, poi gradualmente si vira verso i piazzamenti Olimpici, e nel 83’ si registra la partecipazione con l’Azzurra che ha fatto provare i primi brividi per i venti favorevoli o contrari alle Regate “Americane” a tutti i connazionali, allargando l’equipaggio degli appassionati: terzo in semifinale dopo  AUSTRALIA II (AUS) e VICTORY 83′ ( UK ), nell’anno in cui per la prima volta dopo 153 anni un Challenger, per l’appunto AUSTRALIA II, vince la competizione più antica. Da quella scintilla la fiamma  per le competizione velistiche è deflagrata, come potrebbero testimoniare altre leggende dello Sport, come Davide Tizzano, o la coppia Tita e Banti, già passate a Zêna a omaggiare l’incontro tra la Superba e la Ocean.

Poi da lì è una successione quasi ininterrotta di primi posti in regate dai nomi più esotici l’uno dall’altro, quasi in sfida con quelli che nonno Francesco , il decano dei Pelaschier, Maestro d’Ascia di Pola trasferitosi ai cantieri di Monfalcone, aveva voluto per i suoi 10 figli, tra cui i già menzionati Adelchi e Annibale, che tanto giustizia hanno fatto a sì nobili appellativi.

L’importanza della Ocean Race per Genova e i Velisti

E così ondeggiando tra partenze e arrivi ci si è diretti nuovamente dal principio di tutto, e parlando di Ocean Race, Pelaschier racconta come è andata la sua, una delle pochissime competizioni dove non ha potuto imporsi:

La mia si chiamava Whitbread Round 93’-94’. Non fu una situazione facile perché la barca non era preparata oppure non era abbastanza sicura per l’Oceano, ha avuto due rotture importanti, ha rischiato anche di affondare, quindi fu un’esperienza negativa dal punto di vista del risultato ma sempre positiva come navigazione. Nel complesso ho imparato a sopravvivere perché ci siamo ritrovati comunque in situazioni veramente difficili: a 50° latitudine sud col mare ghiacciato siamo riusciti a salvare la barca e noi stessi, quindi più un’esperienza di sopravvivenza che di competizione. Poi ovviamente io sono competitivo! Voglio vincere, mi piace vincere! E lì non fu possibile…poi altre esperienze brutte non ce ne sono state, tutte positive, come la Grande Regata di Colombo, che vincemmo nel 92’”

Non a caso ha voluto parlare del Quinto Centenario della Scoperta dell’America e delle Colombiadi, perché ha evidenziato quanto sia bello che la Ocean arrivi proprio nella città che diede i natali al Grande Navigatore, l’Ammiraglio dell’Oceano:

“L’arrivo a Genova è qualcosa di meraviglioso, perché è una città che per noi velisti Italiani è meravigliosa, è la sede della Federazione Italiana Vela, noi ci siamo rapportati sempre coi Liguri perché, loro per primi, grazie allo Yacht Club Italiano, primo Yacht Club fondato in Italia, hanno saputo trasformare la navigazione semplice in competizione. Ed è stato finalmente e giustamente apprezzato dai grandi autori del Giro del Mondo, e quest’arrivo è qualcosa di eccezionale. Tra l’altro Genova se lo merita, è una città che ha saputo coniugare l’Economia anche verso il mare, è rarissimo in Italia quindi si merita sicuramente quest’arrivo”

Ma perché la Ocean è così importante?

“Per un marinaio il giro del mondo a Vela è la massima espressione, la fase finale di una costruzione. Noi tutti iniziamo con le derive, quindi il primo grande obiettivo è le Olimpiadi. Miglioriamo e cominciamo a navigare in equipaggio fino a sognare una Coppa America e poi, nella fase finale, per l’appunto, il Giro del Mondo. Dove non è solo un’espressione tecnica, portare una barca al massimo e battere l’avversario, ma è anche la conoscenza della metodologia del mare e dell’ambiente marino che ci circonda. È veramente qualcosa di meraviglioso che tutti i velisti dovrebbero provare”

Qual è la tappa di questa rotta che lo intriga di più?

“Senza dubbio quella lunghissima, 12 mila miglia da percorrere…poi i 3 capi più importanti del pianeta…insomma, veramente impegnativo! Poi noi siam passati proprio da questi due capi quando ho fatto la Whitbread e so quanto è impegnativo navigare verso l’Antartide quando incontri gli Iceberg e ovviamente non è così semplice”

Articolo di Federico Burlando, Intervista di Marco Callai

Per ulteriori Informazioni:

https://www.facebook.com/mauro.pelaschier/

 

 

 

Condividi questo articolo