Genova chiama Atene per uno storico argento. L’Italbasket e Dino Meneghin al Gala 2004: «Non si va alle Olimpiadi per la figura, ma per la medaglia»

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Dal basso verso l’alto. Un’emozionante ascesa a effetto, loro così svettanti che spuntano da sotto il palco come dei Titani della Terra. Un’entrata sul palco del Gala delle Stelle 2004 per un gruppo, una squadra e un anno spettacolari.

C’è una sensazione frizzante nell’aria. Quel gruppo va ad Atene per provare a fare la Storia. Poco importa che della spedizione in terra ellenica faranno parte solo Rombaldoni e Soragna. Si sentono tutti parte di un’unica, grande entità azzurra, come il mare che idealmente gli abbraccia. Non capita spesso di vedere il grande Basket in Liguria e così sono tre giorni di bruciante passione. La squadra partirà col bacio portafortuna della Superba sulle labbra, e la consapevolezza che una delle due squadre più forti della rassegna si può battere.

L’Italia infatti supera la Lituania all’allora Mazda Palace, la favorita per l’Oro Olimpico e quando poi si ritrova ad affrontarla in semifinale nella partita più epica della Storia tricolore, quando ogni possesso pesa, chissà quanto incide il ricordo del precedente di pochi mesi prima. Ma non ci sono solo i titolari Olimpici. Ogni membro dello staff, dall’Allenatore Charlie Recalcati al medico Zeneize Gian Maria Vassallo, all’osteopata e all’addetto all’equipaggiamento viene menzionato. Fanno ovviamente parte anche loro della squadra e gli riconosci perché sono quelli bas…icamente meno alti degli atleti. E poi c’è ne uno che svetta su tutti. Un ex cestista. Ma giganteggia soprattutto per carisma. Già allora non è più una persona, è già l’incarnazione del basket in Italia. Dino Meneghin son mille immagini in due parole.

 

Prende la parola in qualità di Team Manager dopo che Mister Recalcati ha già ricordato che è proprio dalla Liguria e dall’Alassio Cup del 2003 che è partita la rincorsa a una medaglia che sarebbe storica e che manca proprio da quando Meneghin la conquistò a Mosca ‘80

«La medaglia è l’obiettivo di tutte le squadre. Non si va certamente a una competizione importante come le Olimpiadi per fare solamente bella figura. Si punta chiaramente a vincere, poi possono succedere tantissime cose. Questo è un gruppo collaudato a cui mancano sicuramente degli elementi importanti, però è un gruppo che lavora benissimo, con grande serietà e passione, agli ordini di uno staff preparato».

Arriverà l’Argento, dopo la finale contro l’Argentina, e soprattutto dopo la semifinale contro la Lituania. Un successo partito da lontano, e adeguatamente illustrato dalla più esperta delle guide:

«Abbiamo già iniziato a fare i primi passi…sono sicuro che i ragazzi continueranno a lavorare benissimo. Sarà lunga, faticosa…ci saranno molte partite, molti viaggi, quindi dovranno essere pronti anche psicologicamente a sopportare questo genere di fatica. Ma su una cosa siamo sicurissimi: al di là del risultato questi ragazzi si impegneranno al 100%»

Quindi un vero tocco di stile, il lampo di classe che non ti aspetti, che sorprende anche il diretto interessato, a dimostrazione che a certi livelli dirigenziali non ci è arrivato solo per quanto fatto vedere in campo ma per la capacità di intendere l’intero movimento come una squadra dove la forza della singola parte è importante come quella del complessivo, e va debitamente riconosciuta:

«Per l’occasione volevo ricordare che Fabrizio Frati ha ottenuto una promozione in A1 dalla lega A2, quindi anche lui ha vinto un campionato importantissimo»

C’è un clima di festa e lo è davvero, e non solo perché è un memorabile Gala dello Sport nell’anno di Genova Capitale Europea della Cultura. Il quadrangolare che va ad ospitare la città da lì a brevissimo è di alto livello: ci sono oltre la Lituania Campione d’Europa anche Francia e Repubblica Ceca. Degli assi dell’Est però si sospetta che siano la nazionale più forte del mondo, perché quasi tutte le Stelle statunitensi si rifiutano di giocare nel Dream Team, che infatti proprio prima dell’Olimpiade verrà superato proprio dall’Italia, con uno schiacciante 95-78. La partita tra Italia e Lituania finisce quindi per far parte di un esaltante percorso di avvicinamento all’impegno a i Cinque Cerchi, ed è l’ultimo impegno in calendario. Manco a dirlo, le due contendenti vi arrivano con due vittorie a testa e la sfida si protrae all’Over Time. Di fatto è l’ultima partita del Capitano, il Golden Boy di Racconigi Alessandro Abbio che dipinge magie a 33 anni come se fosse un ragazzino e solleva il dubbio che non valga la pena di portarlo in Ellade. Si fa notare anche lo sfortunatissimo figlio di Dino, Andrea, che a 16 anni aveva già vinto un Europeo e che se non fosse stato martoriato dagli infortuni avrebbe potuto guidare la generazione di Bargnani, Belinelli e Gallinari.

Fu comunque la presenza stessa di Dino Meneghin a dare l’idea dell’importanza dell’evento. Non c’è praticamente Nazionale di Basket senza di lui in un qualche ruolo, allora Team Manager, oggi Presidente Onorario della Fip e in mezzo Presidente Federale. Ovviamente quando non era occupato a ricoprire con orgoglio e onore ruoli analoghi per la sua Olimpia Milano.

Ha giocato dai 16 ai 44 anni, abbinando la classe alla potenza fisica come un Centro moderno, dominando come un antico Imperatore, ma sul parquet invece che su vaste lande. Anche se in fondo Varese per anni è stata tutta sua, e in parte anche Milano. Per non parlare dell’Italia che dipendeva dalle sue mani, non tanto la Nazionale quanto la Nazione che si struggeva nell’ammirarlo. L’Oro Europeo a Francia ’93 oltre l’Argento Olimpico, il record delle 7 Coppe Campioni (5 con Varese, 2 con Milano), le 2 Coppe delle Coppe e i 12 scudetti: una bacheca più larga delle sue spalle.

Non è il giocatore più forte Europeo, ma è lo è stato: almeno così lo incensava la rivista Giganti del Basket nel 1991, subito prima che Dražen Petrović e Toni Kukoč gli sottraessero lo scettro anche solo per il ventesimo secolo, mentre per quello successivo i vari Parker, Kirilenko, Nowitzki, e ora anche Antetokounmpo, Dončić e Jokić prendendosi tutte le luci NBA hanno finito per rubargli la platea.

Ma Meneghin forse è anche in questo è stato qualcosa di più: quando cestisticamente fuori dagli Stati Uniti era the Dark Side of The Moon, non consideravano nessuno, non pensavano si potesse palleggiare, lui è riuscito a brillare comunque, e infatti è il primo italiano ad essere stato scelto dalla NBA: nel 1970 fu chiamato all’11º giro (182º assoluto) dagli Atlanta Hawks, ma non esordì mai.

È un riconoscimento che forse vale di più di tutti i suoi altri comunque immensi titoli, insieme all’entrata nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame. Per sua stessa ammissione, non sapevano bene chi fosse o perché fosse stato nominato per un simile onore, ma il suo discorso intriso di un profondo amore e passione per il pallone a spicchi conquistò l’America. In questo è stato un po’ Koby Bryant, in altro Michel Jordan. In definitiva è stato Dino Meneghin, e in Italia tutti gli altri, per quanto forti, possono solo accompagnare. Anche e soprattutto quando in realtà l’accompagnatore, in quanto Team Manager, formalmente era lui.

Federico Burlando

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