Paola Pezzo al Galà 2003: «Due ori olimpici e poi la maternità»

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Ci sono imprese difficile e ammirevoli ma ordinarie. Lo dice anche chi non lo è, che essere genitori è un’avventura pazzesca. Per quanto complessa però l’affrontano a miliardi su questo pianeta. Ci può però essere solo una Leggenda capace di vincere non solo il primo Oro Olimpico nella storia della Mountain Bike, ma pure il secondo, e oltre a tutto ciò anche due Mondiali nel Cross Country Elite. Il suo nome è Paola Pezzo e, sul sellino, è stata spesso una donna sola al comando. Nel maggio 2003 al Gala delle Stelle, dal momento che i suoi successi quasi non c’era bisogno di illustrarli, quella che presentò a un Carlo Felice colmo e plaudente, una platea concepita come una scenografia che facesse da riflesso al palco stesso, fu la sua famiglia recentemente allargata. Andò a raccontare come fosse faticoso e allo stesso tempo possibile essere donna, madre, e campionessa ad altissimo livello.

Chiestole se pensava alle Olimpiadi del 2004 per difendere i suoi Ori di Sidney 2000 e Atlanta ’96, rispose che stava valutando un po’ perché «Son diventata mamma da poco, da 6 mesi, e mi sto dedicando a fare la mamma a tempo pieno, per cui non ho ancora trovato il tempo e la costanza di uscire tutti i giorni all’aperto, solo due volte a settimana. Allora è il momento delle gare di fondo, su cui ho strutturato il programma, e il mio obiettivo è la Maratona che ci sarà a Lugano ai Mondiali 2003, che è un nuovo titolo che assegnano da quest’anno.

Però è molto difficile, perché ho provato il percorso giovedì e sono 78 Km, ma molto impegnativi. Saranno 5 ore, 5 ore e mezzo di gara. Speriamo adesso in 2 mesi di riuscire a fare qualcosa e avere più costanza nelle uscite»

Come andò a finire? Ce la fece. Per Lugano? No, per Atene. In Canton Ticino, come spiegherà, desiste dal cimento: «L’appuntamento è veramente stuzzicante. Però ho sempre affermato che avrei preso parte alla maratona solo se mi fossi sentita davvero competitiva […] Correre senza avere possibilità di lottare per il successo non rientra nella mia mentalità. Per questo, a malincuore e con parecchio rammarico, ho deciso di rinunciare»

Il successo arriverà però in Grecia. Di nuovo sul podio? No, però per la rassegna si qualifica e ci arriva anche bene, dopo aver centrato un quinto posto su quel medesimo percorso poco tempo prima. Poi dopo 9 Km di polvere, sassi, salite e discese deve alzare bandiera bianca: il dolore alla schiena è troppo forte. Solo un infortunio l’ha fermata. Lei era un diesel: partiva piano e poi alla distanza infilava tutte le avversarie, in un sol boccone con la voracità di un Cannibale. Aveva lasciato sperare che le difficoltà iniziali fossero niente di più che il suo solito approdo alla gara. Ai microfoni chiede perdono: «Chiedo scusa a tutti, oggi ho deluso, davanti a tanti italiani che sono arrivati per vedermi». Scusa? Di cosa? Di aver fatto sognare una volta di più? Di aver ottenuto un grandissimo risultato anche se non è coinciso con l’alloro a Cinque Cerchi? L’assolse già allora, come se ce ne fosse stato bisogno, il CT azzurro Alfonso Morelli: «Non si può rimproverarle nulla, rimane una grandissima di questo sport»

Aveva cominciato nella nativa Bosco Chiesanuova, Veneto, là dove usualmente le volate scorrono sugli Sci, e in particolare nel Fondo, e non sulle ruote, basta chiedere ad altri Campionissimi come i Valbusa, e infatti pure il suo destino sembrava dovesse armarsi di racchette e scarponi: era arrivata alla Nazionale Giovanile. Poi però il destino le ha presentato una svolta improvvisa. Come racconta: «Peppo, un dentista del mio paese mi regalò un rampichino, una bici con manubrio dritto e tre moltipliche. Mi disse che in America andavano per la maggiore, in Italia le usavano i ragazzini. Mi buttai su questo nuovo sport dei boschi, stesso paesaggio delle gare di fondo. Diventai brava perché avevo una grande tenacia»

Vinse i due titoli Iridati, e a cavallo la prima Medaglia Olimpica di sempre nel Cross Country. Con la zip della maglietta tirata giù alla maniera dei colleghi maschi, a rivelare un filo di scollatura. Un’immagine che divenne, nel bene e nel male, iconica, e che in seguitò la portò anche a divenire un ricercatissimo testimonial di attrezzatture tecniche. Non solo con la maternità si può promuovere l’immagine di femminilità e sport che marciano appaiate.

«Indossavo il classico abbigliamento da uomo, era caldo e mi venne spontaneo tirare giù la zip. Mai avrei immaginato di diventare famosa per quello e non nascondo che il modo in cui arrivò la notorietà mi diede fastidio: venne notato il décolleté, non la grande impresa, non la grande fatica fatta per arrivare. C’erano mille stereotipi al tempo sulle donne che facevano ciclismo, oggi per fortuna alcuni sono venuti meno, ed è pieno di ragazze che mantengono intatta la loro femminilità anche sotto il casco. Atlanta ’96 fu la prima edizione, io sono stata la prima campionessa olimpica di sempre del cross country. Alla nostra gara c’erano 35mila persone. Fu una valanga di notorietà che all’inizio mi portò un po’ fuori strada. Avevo già vinto i Mondiali, ma l’oro olimpico ti cambia, ti porta in un universo parallelo»

Scesa dalla bici, oltre a quell’avventura cominciata quasi in coincidenza col Gala assieme al marito ex velocista Paolo Rosola, e portata avanti non solo dal primogenito Kevin, tra l’altro al primo anno da Junior nel Ciclocross con l’Ausonia di Pescantina, ma pure dal secondo, Patrick, provetto portiere negli Allievi del Chievo Verona, si è lanciata ancora in una magnifica peripezia col caschetto. Infatti non solo gestisce una scuola di mountain bike a Valeggio sul Mincio, ma collabora col Liceo scientifico di Brenzone sul Garda, dove il ciclismo è materia di studio per tutti e cinque gli anni di corso. Alla fine, in quel 2003, anche se il suo percorso da Leggenda l’aveva vista tagliare il traguardo due o tre volte, la strada da percorrere era ancora tanta. Per fortuna era appena arrivato Kevin a tirare in avanti, e forse anche a farla rifiatare un po’.

Federico Burlando

 

 

 

 

 

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