Michele Maffei al Gala 2003, «Lo Sport fa spettacolo da solo, possiamo applaudirci tutti assieme»

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Lo sport è solo in minima parte muscoli scattanti, movimenti eleganti e coordinati come una lama che vibra nell’aria, sudore ed eccezionali prestazioni fisiche.

È soprattutto cuore, intelligenza, volontà. Quando il fisico invecchia, c’è un tesoro che come ogni vero apprendimento ci segue dappertutto. Così gli uomini di sport a 360° una volta ritiratosi dall’agonismo continuano a impreziosire le proprie vite e quelle altrui spargendo tale bottino di esperienza e venendone ricambiati con gli interessi. Quale premio più ambito di vedere le nuove generazioni raccogliere il testimone dalle proprie mani? Michele Maffei è un uomo di sport completo. Nel dopoguerra è stato forse il più grande della scherma prima della discesa in pedana di Mario Numa, Sara Trillini e Valentina Vezzali. Che ha supportato come uomo delle istituzioni. E chi meglio di lui per incarnare l’aspetto del concorrere assieme della Scherma, considerano che le sue 4 medaglie Olimpiche sono arrivate tutte dalla Sciabola a Squadre? Ed è come uomo delle istituzioni che al Gala Stelle del 2003 ha parlato, in qualità di Segretario Generale della Federazione Italiana Scherma, carica che ricopriva dal 1999, dopo essere stato Segretario generale della Federazione Italiana Sport Disabili, e poco prima di divenire, sino al 2011, Segretario Generale della Federazione Ginnastica d’Italia. Il suo fu un intervento incentrato sull’importanza del gioco di Squadra intergenerazionale:

«Le esperienze di atleti come noi che hanno fatto le Olimpiadi sono il ricordo e le emozioni che abbiamo avuto imparando la nostra disciplina e amandola. La festa di questi giovani che verranno premiati in Liguria è l’esempio che permette a noi di essere ricordati e quindi di sentirci gratificati ma soprattutto di trasmettere le esperienze, non solo quelle delle medaglie, che ritengo fondamentali, ma tutto quello che c’è stato a monte della medaglia. Credo che questo sia il valore dello sport che oggi vede tutti noi uniti, vede tutti i politici con noi e ciò significa che lo sport unisce. E il Coni ha il dovere di ricordarlo in ogni momento»

Evidenziò quindi il ruolo dello sport nella società magnificato dalla bellezza della location, il Carlo Felice interamente adibito a scenografia della Liguria e delle sue bellezze:

«Lo Sport fa spettacolo da solo, quindi significa che possiamo autocelebrarci e applaudirci tutti assieme, per questa magnifica attività che è lo sport, che educazione e futuro per i giovani che si dedicano ai sacrifici e per le famiglie che continuano a portargli in tutti i club sportivi»

Un’esperienza, la sua, forgiata su inciampi di carriera che ben pochi avrebbero avuto la forza di mettersi alle spalle. Nato a Roma nel 1946 e fiero esponente delle glorie della Capitale, che su gladi, daghe e spade vi hanno poggiato l’Impero più famoso di sempre, solo molto recentemente si è tesserato al Club Scherma Rapallo, con cui i colori ha concorso per la posizione di Presidente alle elezioni della Federazione Italiana Scherma.

Arruolato nell’Arma dei Carabinieri, alle Olimpiadi è sempre salito sul podio, conquistando 3 argenti, il primo in Messico nel 68’ e l’ultimo a Mosca nel 1980, e un oro, a Montreal nel 76’. Ha anche conquistato a Vienna nel 1971 l’Oro Mondiale Individuale, l’unico tra i suoi 9 podi iridati sino al 1983. Nonostante tutti questi trionfi, la sua storia lo ha visto superare con la gagliardia di uno Zorro o la pervicacia di un D’Artagnan, figure a cui veniva spesso accostato per il fascino fuori e dentro la pedana, un paio di gravi sconfitte. A Monaco 72’ infatti era lanciatissimo verso l’Oro Individuale, come ha raccontato in un’altra occasione:

«Avevo la vittoria a portata di mano. Mi sarebbe bastato un successo sul mancino sovietico Sidiak, la mia bestia nera. Credo di aver sentito troppo quell’incontro. Mi emozionai, e persi. Avrei potuto ancora farcela a entrare in zona medaglie ma, fra errori e sfortuna, infilai altre due sconfitte e rotolai al quarto posto. Che cosa provai? Di tutto. Rabbia, delusione, avvilimento, voglia di smettere. Mi ero preparato meticolosamente per un anno e non mi era riuscito neppure di salire sul podio olimpico: per la gente era come se non avessi fatto nulla»

La sua “vendetta” e rivalsa fu degna del giustiziere mascherato, o di un altro personaggio di Dumas non arruolato nei Moschettieri, il Conte di Montecristo: sfoderò la sciabola e una grande prestazione a Squadre, arrivando a sconfiggere proprio Sidiak 5-2.

L’anno successivo ai Mondiali, una vera e propria pugnalata alle spalle dal destino: infortunio alla caviglia proprio quando era a un passo dalla finale! «Un’infrazione ossea. Volevano ingessarmi, ma io chiesi, e ottenni, di tornare in pedana, perché ero ormai vicino alla finale. Fu un errore: non c’ero con la testa: paravo e rispondevo, ma pensavo alla caviglia malandata. Il titolo andò al mio amico Montano, e improvvisamente ebbi la sgradevole sensazione di essere stato dimenticato da tutti. Ci misi due anni per riprendermi e tornare a galla. Fu un’esperienza che mi maturò moltissimo»

Infatti da allora non si è più arrestato, mantenendo l’ultima promessa che si era fatto: «Quando smetterò, mi piacerebbe dedicarmi all’insegnamento per curare il settore giovanile. Credo che potrei fare ancora qualcosa per la scherma italiana»

Quel qualcosa è divenuto un quarantennio al servizio non solo della Scherma ma dell’intero movimento tricolore. Invecchia anche il fisico dello sportivo, ma la sua mente e cuore proprio mai.

Federico Burlando

 

 

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