Franco Scoglio al Galà 2001: «Le Stelle siamo noi tutti qui, una sola non farebbe luce»

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Le civiltà del passato possiamo essere noi 20 anni e 5 once fa. I valori dello sport sono eterni e, per fortuna, immutabili nella loro nobiltà. È chi li incarna, come avviene col passaggio di testimone della fiaccola Olimpica, a cambiare di volto.

È Ciò che facciamo in vita riecheggia nell’eternità, ammoniva un famoso e premiato film con Russel Crowe uscito appena un anno prima di quel maggio 2001 in cui lo Stadio Luigi Ferraris ospitò il secondo Galà delle Stelle dopo la festa 2000 al Dixieland. E tanti premiati già allora che, proprio come il Gladiatore, avrebbero parlato o fatto parlare di sé e della Liguria nei due decenni a seguire. Ma c’era un uomo che si apprestava a vergare a voce una delle sue ultime lezioni ed eredità morali.

Nonostante la presenza di artisti quali Baccini, De Scalzi e i Soggetti Smarriti, ma per davvero, che facevano le battute sull’imminente e scontato acquisto della Sampdoria da parte di Enrico Preziosi (!), e la sfilata degli Olimpionici di Sidney, la Stella più attesa di tutte era lui, il Professore Franco Scoglio da Lipari, adottato da Genova. Ma subito mise le cose in chiaro con un’umiltà disarmante e l’eloquio folgorante: «Una Stella nello Sport? Le Stelle siamo tutti qui, una sola non farebbe luce!» Aveva tracciato in un secondo lo spirito della serata e di tutte quelle che l’avrebbero seguita.

Era salito sul palco accompagnato da un’ondata di cori giubilanti, in un contesto che, considerata la location e il periodo, vibrava di una rivalità elettrica ma sana. Erano anni grami per le due genovesi, probabilmente mai complessivamente scese così in basso nelle classifiche, a solo due lustri dalle spedizioni Oltralpe da Belgrado a Wembley, da Liverpool ad Amsterdam. E i tifosi ci tenevano a far sapere che la loro passione trascendeva le categorie. Forte del Pesce d’Aprile rifilato ai “cugini” nella stracittadina, il Prof optava per non maramaldeggiare, regalando un’altra preziosa perla di sportività, pur senza celare un sornione sorriso, come quello di Michele Corti alle sue spalle: «È la partita più importante per la nostra gente. È il cadeau che, penso, ha reso l’annata meno amara. È qualcosa di dovuto. Il Derby appartiene alla Storia. Un match che non fa parte del campionato. È una partita che resta. Resta in me e resta in voi. Appartiene a tutti. Anche agli sconfitti».

Poco prima il riassunto della sua esperienza all’ombra della Lanterna: «Io mi sento uno di voi, e mi piacerebbe fortissimamente continuare con voi per raggiungere ciò che voi popolo, gente meritate»

Il destino però non gli arriderà. Lo scalcagnato Genoa di Dalla Costa offrirà proprio con lui in panca il suo lato migliore, vincendo 4 delle prime 5 partite del Campionato seguente, conquisterà un altro Derby a novembre prima di non vincere più per 16 partite consecutive e inabissarsi dalla lotta per la promozione a quella per non retrocedere. La stracittadina decisa da Mino Francioso, anche lui salito sul palco in quel primo galà, sarà il suo ultimo trionfo rossoblù. Se ne va a gennaio, a insegnare calcio ma soprattutto dignità in Libia, venendo scacciato per essersi rifiutato di convocare Saadi Gheddafi, il figlio del dittatore Muʿammar. Per svernare definitivamente, in attesa di una chiamata dopo una fugace esperienza al Napoli, in quella che senza nulla togliere alla natia Sicilia a cui era legatissimo, nella sua vera casa. La chiamata arriverà dalle altissime sfere. Profetizza «Morirò parlando del Genoa» e pochi giorni dopo questo accade, in diretta televisiva, nel ruolo di opinionista, per un infarto, provato da un diverbio con l’allora neo Presidente Preziosi. 10.000 Grifoni vanno a salutarlo al suo funerale, ovviamente a Genova.

Le dichiarazioni prima e dopo le gare lo avevano reso famoso in tutta Italia innanzitutto come una grande persona, e poi come un grandissimo personaggio. Aveva il senso della misura e dello spettacolo. Provocava spesso, ma sempre con intelligenza e simpatia. Lo faceva per far male solo con chi se lo meritava, come Gheddafi. Lo stile era talvolta un po’ troppo colorito nelle espressioni, ma riusciva ad essere elegante anche quando si esprimeva in quello che era il turpiloquio.

È stato l’allenatore italiano, e probabilmente tra i primi in assoluto nella storia e al mondo, ad aver allenato in più località marine: Scoglio nomen omen. La prima società che ha allenato al di fuori del Sud Italia però non è stato quel Genoa dei record che stravinse la B nel 1988-89, ma…lo Spezia nel 1977-78, un primo assaggio di Liguria prima della sua esperienza in sella al Vecchio Grifo.

Non era solo una figura istrionica -che amava sottolineare come “il pesce istrione non avesse poi una bella faccia”-: al di là della promozione e delle salvezze col Genoa, il suo calcio metodico aveva portato il Messina in B dopo 18 anni e la Tunisia ai Mondiali del 2002, anche se poi rinunciò all’opportunità che si era conquistato per aiutare il Vecchio Balordo in difficoltà. Professore poi lo era davvero, anche se trovava il titolo un po’ vanaglorioso e preferiva quello di “Maestro”. Laureato in Pedagogia, aveva insegnato in diversi istituti del Meridione prima di imporsi come mister.

Le tante citazioni passate alla gloria dei posteri sono collezionate in lunghe liste di aforismi e battute ad effetto degni dell’estro di Oscar Wilde. C’è chi lo ricorda anche per la generosità: quando poteva regalava gadget della squadra ai più sventurati. Fece di tutto per salvare dai suoi demoni Maurizio Schillaci, il cugino di Totò, che secondo lo stesso protagonista delle Notti Magiche era anche più forti di lui, ma logorato dagli eccessi e dalle dipendenze delle sostanze psicotrope.

L’uomo premiato al Primo Galà delle Stelle era anche “l’atleta” Rossoblucerchiato dell’anno. Ma era soprattutto l’uomo. Una Stella poco cometa, che smise di splendere poco dopo su questa terra per elevarsi e illuminare poi nell’eternità tutte quelle che l’avrebbero seguita. Venti anni e qualcosa dopo che gli sono state consegnate il Premio del Gala e le 5 Once della Città di Genova, il mondo è cambiato e forse siamo persino diventati un’altra civiltà. Ma certi valori per fortuna sono sempre gli stessi, e lo scopo è continuare a portarli avanti tutti assieme, perché da soli non basteremmo a farci luce.

Federico Burlando

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