Bruno Arcari: gli 80 anni della leggenda della boxe

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Achille era invulnerabile fuorché per il conclamato e vituperato tallone, ma la sua fortuna non era la magia che lo proteggeva, essere stato immerso da neonato nelle acque infernali dello Stige, ma che della sua unica debolezza non sapeva nessuno a parte Apollo, il Dio degli Indovini; e finché il Nume non ha spifferato tutto al principe troiano Paride, valente arciere, il guerriero Acheo ha potuto percorrere i campi di battaglia senza dover nulla temere. In questo Bruno Arcari è stato anche più forte dell’eroe più grande di tutti. Al primo incontro sotto i riflettori del mondo intero, alle Olimpiadi di Tokyo del 1964, gli si sono aperte le arcate sopraccigliari e l’arbitro di fronte alla maschera di sangue gli impose la sconfitta per ko tecnico. Da allora gli avversari si sono sempre accaniti sulle arcate, perché, di fatto, era l’unico modo per vincerlo.

L’invincibile Pugile dal sopracciglio debole

Costringere l’arbitro a giudicarlo troppo infortunato per andare avanti. Ma nemmeno così potevano averne ragione: perse il primo incontro da professionista, ma perse solo una volta nei 72 seguenti, aggiudicandosene 57 di fila. Da pro non concesse mai una sconfitta per KO, ritiro o ai punti. Solo quei due tecnici per le arcate. Il primo gennaio ha celebrato 80 anni in quella che è a tutti gli effetti la sua Liguria: sebbene nativo della ciociara, è vissuto a Genova sin dal primo anno di vita, la maggior parte e i più celebri dei suoi match gli ha disputati tra la Superba e San Remo, e dopo il ritiro a Deiva Marina, nella Riviera di Levante è diventato presidente onorario della Pugilistica Spezzina. Più che dello Stige, sono state le acque del Bisagno, di Boccadasse e di Portofino a renderlo un’Ira Funesta che adduceva a sé non già lutti ma allori. O, ancora, le persone che ha incontrato lungo le loro sponde: allenatore, tifosi, manager. Tutti aromatizati al basilico e alla fügassa

Pur di inferire sulle sue arcate di Swarovski, che ha ricostruito più volte con la chirurgia plastica, se capitava l’occasione lo prendevano a testate, a ripetizione, spacciandole per scontri fortuiti o nascondendole il più possibile. «Si spaccavano sempre. Mi sono anche operato ma loro niente: fragili come uova», ha dichiarato in una bella intervista di 10 anni fa. Ma Arcari sapeva chiudere il match in 5 riprese, prima che potessero beffarlo negandogli una vittoria meritata, o se si andava sino alla decima teneva ripetutamente l’avversario a distanza. Peso superleggero e Welter, guardia destra, guardingo e praticante di una box molto pragmatica e in linea di massima poco spettacolare. Il giovane Arcari picchiava duro col mancino, e per questo le sfide contro gli avversari prevalentemente destrimani rischiavano di sfociare in lunghi sfiancamenti di trincea e posizionamenti. Ma Arcari aveva il colpo in canna e i suoi match scintillavano di un elettrizzante tensione per cui ogni istante avrebbe potuto essere quello in cui chiudeva le luci per l’avversario e gli faceva vedere le stelle. La gente si affollava nei palazzetti, soprattutto a Genova, tra la sua gente, dove spopolava, e alla TV.  L’Italia lo adorò, ma non tantissimo. Si può dire che fremeva e si esaltava in certi momenti di grande passione per lui, che era un antidivo e fuggiva le luci della ribalta, per poi però preferirgli quando non aveva i guantoni addosso altre Leggende della sua straordinaria epopea come Loi e Benvenuti. Ma per molti è stato il più grande di tutti. La seconda difesa del suo titolo Mondiale dei Pesi Super Leggeri WBC contro João Henrique nel 1971, disputata proprio all’ombra della Lanterna, ha goduto del 87% di share, persino superiore a Italia-Germania 4-3 del Mundial ’70. Praticamente tutto lo Stivale chiuso in casa a guardare Bruno Arcari che anticipa Rocky: acquisisce vantaggio ma alla dodicesima ripresa le Arcate sopraccigliari, ancora loro, cedono e comincia a perdere sangue. Nei due round successivi Henrique lo massacra. Al gong per la prima, ultima e unica volta nella sua storia non ce la fa più. Non vuole alzarsi dallo sgabello. Però il suo manager Rocco Agostino, ex tranviere genovese che ha fatto la storia della disciplina in quegli anni, lo smuove: si rigetta nella mischia ed è una furia. Henrique rischia tracollo e KO, il verdetto unanime ai punti è il trionfo più celebre di Arcari.

Quella cintura l’aveva conquistata contro Pedro «the rugged» Adigue nel gennaio 70, a Roma, nell’unico incontro in cui sa di non aver risparmiato a sua volta qualche colpo sporco: «Rischiai il k.o. al terzo round, ma mi ripresi e vinsi ai punti. Fu un match cattivo, non bello: a me importava solo vincere. La mia borsa era di un milione, Pedro ne aveva presi 50. Forza Bruno, mi dicevo, se diventi campione sarai tu ad avere cifre così importanti. Non ero Batman, non ero Casanova e neppure Rockefeller. Volevo vincere perché sapevo che la mia vita avrebbe svoltato. E allora giù pugni, testate, gomitate. Fu una battaglia»

 

L’Italiano più forte di sempre?

Un esperto come Rino Tommasi, che da organizzatore allestì alcuni match del campione, ha scritto di considerare Arcari «il miglior pugile italiano di ogni epoca, nei limiti in cui un’affermazione del genere è possibile» mentre per il giornalista specializzato Franco Dominici:

«Tutta la sua carriera è stata caratterizzata da una suggestiva, ma spesso fraintesa ricerca della coerenza: da uno struggente bisogno di semplicità, di cose umili, vere. Ecco come e perché il più grande dei nostri pugili [ … ] è risultato il meno applaudito. Non avendolo molto amato, la gente lo ha subito dimenticato; avendolo dovuto sopportare, molti critici non lo hanno più cercato. Bruno Arcari è rimasto nei suoi silenzi e nelle sue abitudini, ma è stato, nella storia moderna del nostro pugilato, l’unico imbattibile»

Insomma, un po’ taciturno ma capace di una sferzante ironia ed estremamente pragmatico: questa più di tutte le altre è la sua patente di genovesità.

Da sotto la Lanterna alla cima del Mondo

Aveva cominciato 15nne garzone a Nervi, da dove però nell’Italia degli anni 50’ si barcamenava in complicate trasferte per vedere Loi a Milano. Ancora la passione dominante era per il pallone, ma stava studiando come salire su un rettangolo diverso da quello verde. Ala sinistra, rognoso ma tecnicamente grezzo e dal temperamento troppo vivace, capisce che deve provare delle finte diverse da quelle di Sivori e Abbadie. Si presenta alla palestra Mameli Pejo dai Maestri Alfonso Speranza e Armando Causa. Che lo burlano «Tu il pugile? Ma dai, hai le gambe troppo grosse»!»; ricorda e spiega Bruno: «Era un modo per verificare la mia “vocazione”. Mi dissero di tornare il giorno dopo. Forse pensavano: questo qui rinuncia. Tornai. Non sono più uscito da quel mondo»

Da dilettante era la grande speranza del pugilato azzurro per Tokyo 64’, ma ebbe sfortuna al primo match, poi ripetutasi al primo match da professionista con l’astuto Franco Colella che gli aveva mollato una tale testata a tradimento da rischiare la squalifica. Poi l’ascesa. 10 vittorie di fila, poi la contestatissima sconfitta contro per KO tecnico contro Massimo Consolati dovuto al troppo sangue colante dalle arcate, poi il titolo italiano conquistato proprio a Genova nella Rivincita. Rinunciò al titolo italiano solo perché doveva difendere la cintura Europea dopo averla conquistata, e rinunciò a sua volta a difendere il riconoscimento Continentale perché doveva prendersi il Mondo. E una volta afferrato tra i guantoni, lo difese per 9 volte in 4 anni. Appese scalpi importantissimi alle sue cinture: l’austriaco Johann Orsolics a Vienna con 40 mila locali a battere i piedi per intimorirlo, lo statunitense Joe Brown, considerato uno dei più forti pesi leggeri di tutti i tempi, il giapponese Koichi Wajima e l’italo-australiano Rocky Mattioli.

L’ultima lotta

Nonostante tutto, è ancora uno dei più celebrati e amati, un po’ come Achille. Arcari però al contrario del Pelide ha potuto invecchiare e arrivare a celebrare i suoi 80 anni, a vedere la sua Epopea d’Oro imbrunire come un idromele ben stagionato, il nettare degli Dei. E sarebbe d’uopo celebrarlo come si conviene: intanto ammettendolo alla International Boxing Hall of Fame, da cui risulta incredibilmente escluso, e poi riconoscendogli il vitalizio previsto dalle Legge Onesti per gli ex campioni in difficoltà economiche. Lo ha richiesto la figlia Monica per meglio fronteggiare la malattia degenerativa che lo ha colto da tempo. Delle sue condizioni di salute è al corrente il sottosegretario allo sport Valentina Vezzali, e l’appello di recente è arrivato anche dall’ex presidente federale Franco Falcinelli: «Per uno come lui è un riconoscimento sacrosanto per tutto quello che ha dato alla boxe nel corso della sua vita». Sebbene un po’ attempato, è giusto poggiare questi ultimi metaforici allori sul suo capo, magari su quelle arcate sopraccigliari che sono state il suo cruccio. A ricordare che ha regalato tanto al suo sport e al suo paese non da eroe semidivino ma da uomo. Non era invincibile per caso ma per volontà.

Federico Burlando

 

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