Fulvio e Sabina Valbusa, la Leggenda continua a marciare

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Il Lupo è un animale solitario o cammina in branco? Certamente marcia sempre e comunque libero. Girava per gli sconfinati sentieri del Web un’affascinante immagine di un gruppo di tali felpati nella tormenta di neve a caccia di bisonti, accompagnata da una didascalia suggestiva ma completamente falsa, sulle loro tecniche di marcia. Capita nell’era della Post Verità. Chi è del tutto autentico invece sono i fratelli Valbusa da Bosco Chiesanuova, una storia che sembra avere i connotati di una fiaba e invece è una favola diventata realtà. Fulvio, il maggiore, e Sabina, più giovane, tutti e due campionissimi di Sci di Fondo. Tutti e tre, in realtà gli ultimi di una cucciolata di sei figli. C’è anche Silvio, il gemello di Fulvio, scomparso a 16 anni per un cancro incurabile, e che lo ha spinto a dare tutto nello Sport anche per lui.

I Valbusa si rivedono molto nei Lupi: attaccatissimi ai loro territori, di cui sono profondi conoscitori. Ma pure liberi, randagi nel pensiero e nelle azioni. E spesso implicati in fiabe e favole, pure loro, sebbene non a Cinque Cerchi. Cosa differenzia le une dalle altre? Le prime non necessariamente contengono un insegnamento e si svolgono in un contesto magico, le altre invece educano e salvo qualche elemento insolito sono aderenti alla realtà. Allora quella dei Valbusa è decisamente una Favola, un monito a non mollare mai, a superare le avversità, che non c’è dolore che non si possa mettere alle spalle, che ci aiuti a spingerci più in là una volta che lo si è accettato come parte del proprio percorso.

Quello di “Bubo” Fulvio l’ha visto partecipare a Cinque Olimpiadi coi colori della Forestale, per cui ancora svolge il lavoro da guardiacaccia, lo stesso del papà, sempre a Bosco Chiesanuova, miscelato alle cronache per Eurosport, e vincere l’oro solo all’ultima rassegna, a Torino 2006, nella staffetta, che si va aggiungere all’argento di Nagano ’98, gli allori più gloriosi di un palmares che vanta anche 5 medaglie iridate.

Sono 5 le edizioni dei giochi anche per Sabina, 8 i Campionati del mondo, e 3 le Marathon Cup, il primo podio individuale in Coppa del mondo in Val di Fiemme nel 1997 lo stesso giorno in cui Fulvio otteneva la sua prima vittoria. Una banale indisposizione la notte prima della gara a Nagano le ha impedito di correre nella staffetta che vinse il bronzo, trasse forza da quel colo di sfortuna per ripresentarsi sulle piste più forte di prima e dopo anni di successi Mondiali la medaglia più pregiata arrivò anche per lei, sempre a Torino.

Randagi che dopo aver fatto preda di tutto quello che hanno potuto son tornati su Alpi e Appennini, ma non per godersi da soli il loro bottino in un avito covo, ma per condividere il loro tesoro d’esperienza con altri appassionati della Montagna.

Cosa vi ha dato lo sport nella vita?

Fulvio. «Io credo che lo Sport per un atleta che arriva a prendere allori importanti sia tutto. Sono partito per caso per dare un senso a quella che era la mia vita da ragazzino e sono arrivato alla medaglia più bella. È quello che ogni sportivo sogna»

E a te, Sabina, cosa ha dato?

Sabina «Sicuramente una scuola di vita, al di là dei risultati, che possono essere eccezionali o meno. Insegna il rispetto»

Valbusa, una famiglia che ha dato tanto allo Sport Italiano, Olimpiadi e Mondiali Italiani, oggi presenti per le celebrazioni dei 75 anni dell’Ussi, che cosa è stato per voi il racconto sportivo che i giornalisti hanno fatto delle vostre imprese?

S. «Sicuramente è stata una spinta in più per fare ancora meglio la volta dopo. Non nascondo che vedere una volta capitata in prima pagina della Gazzetta una nostra foto, che avevamo fatto un bellissimo risultato entrambi, è stata sicuramente una spinta e una motivazione per allenarsi ancora meglio e per ripetere poi i risultati.

Quindi, anche se ho criticato prima il giornalista, è perché fa il suo lavoro, logicamente! E poi arrivano i momenti in cui puoi raccontare di più, ed è la stessa persona che ti dà modo di farti conoscere al mondo. Noi, Sport “minore”, se non ci fossero i giornalisti, nessuno ci conoscerebbe»

Fulvio, Nel corso del tuo intervento hai citato ad esempio Lucia Blini, e l’attenzione che riservava agli atleti degli sport invernali

F. «Lucia è sempre stata con noi, con Pierantozzi, ai bei tempi! Ricordo che ci aspettava nonostante le temperature, perché noi non corriamo né in piscina e neanche d’estate, quindi le temperature erano rigide e loro erano sempre ad attenderci a fine gara. Quindi bei ricordi, positivi e anche un po’ di sfogo, tante volte, perché quando le cose vanno bene si è euforici a raccontare la propria gara, ma quando le cose vanno meno bene si devono prendere gli sfoghi di un atleta e magari è un attimino arrabbiato o non contento di quello che ha fatto in quella gara lì»

Che consiglio lanciate ai giovani, non mollare mai e crederci sempre?

F. «Io ho fatto un libro, è uscito il 30 settembre, poco fa, si chiama “Randagio”, è un libro molto chiaro su quello che è stato lo sport per me. Proprio nella quarta di copertina ho lasciato un messaggio: perdi solo se ti arrendi. Deve essere un messaggio che arriva a tutti gli atleti, perché non è solo allenamento ma ci vuole assolutamente tanta testa»

S. «Io adesso insegno ai ragazzini, e non tanto perché ottengano risultati eccezionali, ma perché imparino ad avere rispetto della gente, della vita, della fatica, e perché sono sicura che dia un’ottima educazione»

Intervista di Marco Callai, Articolo di Federico Burlando

 

 

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