Ipsos: bambini e ragazzi accusano ansia se lontani dalla pratica sportiva

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Appena un anno prima del deflagrare del Covid si pensava che le aziende italiane avrebbe raggiunto l’attuale livello di digitalizzazione solo per il 2060.
È un caso in cui la necessità ha aguzzato l’ingegno e a costretto a cambiare, in meglio. Per lo sport si tratta di tutta un’altra questione. Una recente indagine IpsosL’impatto del Covid sull’attività sportiva dei giovani”, ha evidenziato soprattutto l’esigenza di praticare sport non solo per migliorare il proprio stato di salute, ma per prevenire il malessere che si manifesta in sua assenza. Un’analisi che ha guardato soprattutto agli elementi più verdi, ma anche agli adulti.

risultati del sondaggio sono stati presentati da Nando Pagnoncelli, Presidente di Ipsos, in occasione dell’evento pubblico del primo giugno “Pronti, ripartenza… sport!”.

Il malessere fisico di bambini e ragazzi per l’assenza di sport

Lo Sport non è quindi un plus per migliorare una condizione di base già buona, ma un elemento fondamentale per rendere ideale la normalità. Quando è venuta a mancare la possibilità di allenarsi con regolarità ci si è accorti della sua essenzialità. Per averne un’idea, l’83% delle bambine e bambini appartenenti alla fascia 6-13 anni e l’85% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni ha dichiarato che le forzate rinunce a fare moto hanno inciso negativamente sul loro stato d’animo. Ciò ha portato con percentuali che variano tra il 40% e il 69%a tristezza, apatia, irascibilità e addirittura all’ansia. In particolare il 40% si riferisce di quelli appartenenti alla fascia più giovane in assoluto che hanno dichiarato di averne cominciato a soffrire d’ansia proprio perché impossibilitati a liberare le loro energie nel sano esercizio, una percentuale che sale sino al 56% nell’età liceale.

Un disagio che viene quantificato dal guastarsi del ritmo sonno veglia verificatosi nel 31% dei bambini dai 6 a 13, mentre il 39% dei teenagers ha dovuto cominciare a prendere farmaci. Hanno quindi cominciato a manifestare parte di quei sintomi di stress usualmente tipici dell’età adulta.

Un’ulteriore dimostrazione che la pratica sportiva non giova tanto o soltanto alla salute del corpo, quanto a quella dello spirito. Bisogna invertire il paradigma: in corpore sano, mens sana.

Problemi che in parti si riflettono e in parte attingono dall’aspetto sociale.

Assenza di sport significa allentamento delle relazioni sociali, chiusura nelle proprie camere e un isolamento che nonostante il prolungato tempo di convivenza si estende sin dalla famiglie alle amicizie consolidate.

Adulti in campo, giovanissimi costretti alla panchina

Il forzato abbandono dei campi da gioco non è stato però una ritirata disordinata e senza battaglia. Se i suddetti numeri lasciano intravedere una grande voglia di ritornare ad armeggiare con le amate discipline, c’è un buon terzo, contando pure gli adulti, che ha continuato la propria attività e più della metà ha cambiato modo di fare sport, con attività all’aperto diverse dalle solite e l’home fitness.

C’è quindi una parte di Italia che è riuscita a resistere, mentre la sensazione è che i tantissimi che hanno dovuto smettere non avessero modo di concedersi alternative.

Gli attivi pre-Covid che praticavano sport erano il 73% nella fascia 6-13 anni, il 59% in quella 14-19 anni e il 20% tra gli adulti.  Con l’avvento della pandemia però gli abbandoni sono stati molto elevati: il 48% tra i piccoli, il 30% tra i ragazzi e il 26% tra gli adulti. Di fatto gli adulti si sono rivelati capaci di tutelare loro stessi probabilmente perché avevano la facoltà di organizzarsi in autonomo, mentre la parte più attiva e verde, ma anche inerme della popolazione, che richiedeva strutture e un contatto costante con gli insegnanti, non ha potuto far altro che restare chiusa in casa.

Federico Burlando

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