Amare lo Sport: Ernesto e il Tiro con l’Arco

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Lo Sport e la sua funzione sociale, lo Sport e la sua capacità di aiutare bambini e bambine a diventare uomini e donne, lo Sport e la forza nell’affrontare le difficoltà di tutti i giorni, lo Sport e l’educazione all’impegno passando attraverso il divertimento. 
Ecco la storia scritta da Mario De Vecchis, arciere degli Arcieri della Superba. Una storia vera, a cui Mario assiste e che decide di raccontare a beneficio di tutti. Siamo tutti Ernesto! 

“Ernesto è un bambino che abita a Genova, città dai mille volti, e frequenta la quinta elementare. Ha pochi amici, vicini di casa, con i quali gioca, non molto spesso, perché talvolta viene preso in giro. È un po’ goffo nei movimenti, lento e impreciso quando gioca a calcio e se viene spintonato e buttato a terra non si lamenta, si rialza e ricomincia.

In classe è ancora peggio perché, oltre all’aspetto non proprio atletico, è anche il primo della classe. La maggior parte del suo tempo lo occupa con lo studio, non solo riguardo al programma dell’anno scolastico, ma va ben oltre.

Legge Dante e Manzoni, non disdegna romanzi attuali ma soprattutto saggi di storia che farebbero impallidire un adulto.

Ma questo è Ernesto, sopporta con pazienza e rassegnazione le risatine, le prese in giro, gli epiteti denigranti: “Cicciobello”, “Dottor Satutto”, Libro fatto ciccia”.

Qualcosa dentro di sé, però, sta cambiando, comincia a sopportare di malavoglia la situazione che lo infastidisce, lo logora, lo traumatizza, ma gli mancano voglia e forza per ribellarsi.

In un freddo giorno di gennaio, percorrendo insieme con sua madre via Donghi, Ernesto vede una grossa scritta sui finestroni di un palazzo, “Tiro con l’arco” e nella porta ’ingresso immediatamente sottostante il logo “Arcieri della Superba”.

“Mamma” dice “andiamo a vedere? Mi piacerebbe avere un arco e tirare frecce, come Robin Hood”.

La madre, consapevole delle difficoltà che affronta quotidianamente suo figlio, fingendo entusiasmo, dà l’approvazione. Preme il pulsante del campanello, la porta si apre e ambedue si trovano di fronte una scala che cominciano a salire lentamente.

Ernesto vede quasi subito una notevole quantità di archi appesi alla parete. Accelera la salita lasciando indietro sua madre. Si affaccia alla porta che dà alla palestra e vede molte persone che cercano di centrare il bersaglio, tra di loro molti bambini.

Euforico si rivolge alla madre. “Mamma cerca qualcuno con cui poter parlare, io ci voglio venire”. La madre pazientemente si guarda intorno ed individua una persona che non ha l’arco in mano, ma corregge la posizione di qualche tiratore, ad altri modifica la presa dell’arco, è evidente che si tratti di un referente della società.

Timidamente si avvicina e chiede:

“Scusi mi permette di scambiare due parole”?
“Certamente signora, mi dica” spostandosi verso l’ingresso per avere maggiore tranquillità nel colloquio.

“Immagino che lei sia un referente o un istruttore. Vorrei presentarle mio figlio che non appena ha visto l’insegna esterna mi ha trascinato dentro, incuriosito e determinato”.
“Con piacere signora. Io sono Long John Silver il presidente, oltre che istruttore di questa associazione dilettantistica. Suo figlio vorrebbe imparare l’arte del tiro con l’arco”?

“Non so cosa voglia effettivamente ma ha insistito per entrare, vedere e chiedere delucidazioni”.
“Bene, ascoltiamo il bambino, i suoi bisogni e le sue aspettative”.

“Ciao come ti chiami”?
“Ernesto”.

“Dimmi Ernesto, sai già quali sarebbero le tue aspettative nel
tirare con l’arco”?
“Concentrazione, nervi saldi, socializzazione e non ultimo centrare
il bersaglio”.

“Hai avuto modo di leggere libri o riviste riguardanti il tiro con l’arco”?
“No, i miei interessi sono piuttosto scolastici”.

“Ti devo fare i miei complimenti, sei già a metà percorso in quanto hai catalogato, sinteticamente, le tue aspirazioni e obiettivi nell’affrontare questa disciplina. Bravo, veramente in gamba”.

“Mio figlio è troppo preso dallo studio” interviene la madre
“sono sicura che potrà solo fargli del bene e lo aiuterà a minimizzare gli impacci con i quali talvolta deve convivere”.

“Se tua madre è d’accordo io ti proporrei, ora, qualche tiro di prova per valutare se è davvero di tuo gradimento. Va bene signora se cominciamo l’approccio”?
“Certamente, mi auguro con tutto il cuore che venga appagato dalla soddisfazione e dalla novità”.

Velocemente Silver monta un arco di dimensioni adeguate, prende delle frecce adatte, posiziona un paglione a pochi metri di distanza e quindi cede l’arco e i dardi al bambino.
“Come puoi notare i cerchi del bersaglio sono di vari colori.

Quello centrale, giallo, è quello da cui scaturisce il punteggio maggiore, ma ora non è una tua preoccupazione. È basilare la posizione, la postura, il modo di impugnare l’arco, l’abilità di scoccare la freccia. Dove vada a finire il dardo non è fondamentale né importante in questo momento. D’accordo”?
“D’accordo”.

Parte seconda
I giorni passano ed Ernesto è sempre più cosciente delle sue potenzialità. Ha acquisito sicurezza, ulteriore autocontrollo e, come aveva detto il maestro, non si lascia influenzare dal giallo centrale, l’importante è raggruppare le frecce nello spazio di pochi centimetri quadrati.

Sua madre vive questa esperienza quasi in simbiosi: non vede più il figlio dimesso o sottomesso, ma a testa alta. I calci ad un pallone sono poca cosa rispetto alla solitudine dell’arciere di fronte al suo bersaglio.

Sono cinque gli elementi da amalgamare e costringerli ad essere un’unità: arciere, arco, freccia, spazio, bersaglio. Ognuno potrà essere un vero arciere e non un semplice tirafrecce, quando diventerà un’entità composta da questi cinque fattori contemporaneamente.

Ad Ernesto non interessa diventare un campione, né vagheggia future olimpiadi, il suo scopo è quello di stabilizzare la sua mente, controllarla e perfezionare la coordinazione dei movimenti del corpo.

Procede spedito con disciplina e ascolto. Non evita alcun esercizio preventivo di riscaldamento, anzi ne inventa di nuovi, prima di prendere in mano l’arco e guardare dritto il bersaglio, come se davanti a sé avesse un altro se stesso, speculare. L’istruttore lo ha preso sotto la sua ala protettrice e determinata.

Con autorevole dolcezza gli spiega, step by step, giorno per giorno, tutti i passaggi, i movimenti, la coordinazione, la concentrazione per diventare un arciere, senza aggettivi superflui, e ancor di più a prendere padronanza di se stesso. Come in psicologia an-che questa disciplina può sublimarsi in catarsi, non con il maestro che lo segue o le cinque componenti anzidette, ma con se mede-simo, con il proprio IO che prende consapevolezza del SÉ, determinando una tregua nella loro lotta perenne.

Ernesto oggi, oltre che un bravo arciere, ha imparato ad affrontare la vita e le sue avversità, a controllarle e a resistervi. Interloquisce senza paura con i suoi compagni mettendoli, il più delle volte, a tacere consci della loro evidente inferiorità.

Sta imparando anche a giocare a calcio e a non essere più preso in giro. I passaggi e gli assist che fa con il pallone rasentano la perfezione.

Sta rinascendo a nuova vita. Grazie ad un Maestro che ha compreso il suo animo e ha saputo guidarlo, ma soprattutto grazie ad una passeggiata, in una fredda giornata invernale, in via Donghi”.